Scuola CAI Corsico
                                     
                   "Spedizione nelle Ande 2012"
 
                                                               
Il gruppo montuoso della Cordillera Blanca s’erge ad una distanza di circa 100 km, in linea d'aria, dalla costa dell’Oceano Pacifico. Lunga poco meno di 200 Km e larga circa 20, annovera cime che sono, nella fascia tropicale, le più alte al mondo. Interamente in territorio peruviano, per raggiungerla s’impiegano dalle 8 alle 10 ore di autobus partendo dalla capitale Lima. Il viaggio, solitamente su comode corriere, offre un indimenticabile spaccato della terra peruviana. L’uscita da Lima, metropoli con oltre 13 milioni di abitanti, è un susseguirsi di baraccopoli di legno e latta rette dal degrado, dalla povertà e dall’indigenza. Poi la Panamericana si snoda tra enormi dune di sabbia che cadono a picco sull’oceano. Il viaggio prosegue verso nord fino a quando il pullman abbandona la costa e s’inerpica sui rilievi della Cordillera Negra.

Questa catena montuosa, brulla e apparentemente inospitale, è uno scrigno di sorprese che si schiude ad ogni curva. I villaggi che si susseguono mostrano il tirato volto della povertà. Ma tre la case di mattoni in fango, la gente operosa coltiva fino all’ultimo lembo di terra fertile. Gli animali da pascolo e da soma affiancano i campesinos nel loro quotidiano operare. Distese ad essiccare al sole, granaglie e verdure d'ogni genere regalano uno splendido contrasto di colori.

Ogni tanto sull’autobus sale qualche venditore di cibarie. Formaggio, pane, biscotti, pannocchie bollite, ma anche acqua e bevande allietano il viaggiatore.

Il viaggio prosegue, sempre in salita, tra tornanti e pareti tormentate. Paesaggi aridi, brulli, desolati. Quando si arriva, dopo circa 7 ore di viaggio, ad un altopiano a 4mila metri quasi si stenta a credere ai propri occhi.  All'orizzonte, come un miraggio, appaiono le innevate cime della Cordillera Blanca. Ancora più a meridione si notano le propaggini settentrionali della solitaria ed affascinante Cordillera Huayhuash.

Ora c'è solo da scendere. La corriera percorre la vallata del Rio Santa. In poco più di un'ora si arriva alla brulicante città di Huaraz. Con i suoi 80mila abitanti questa è la capitale della regione di Ancash. La maggior parte delle spedizioni alpinistiche fanno base qui, ove si trova una pletora di agenzie commerciali che organizzano ogni sorta di attività sportiva.

Non è il nostro caso. Noi proseguiamo ancora per una mezz'ora e, dopo aver cambiato pullman, arriviamo a Caruaz. Qui ci aspetta Michel, responsabile dell'accogliente centro di Alpinismo "Renato Casarotto". Costruito dai volontari dell'Organizzazione Don Bosco nel 2009 nel paesello di Marcarà. Il centro, bello e confortevole, sarà la nostra base operativa. Arriviamo qui che sono le nove di sera del 22 luglio 2012. Siamo piuttosto provati dal giorno di viaggio.

I giorni seguenti ci serviranno per fare conoscenza con la nostra guida Amador e per compiere delle facili, ma spettacolari escursioni. E così andiamo a fare un facile trekking sulla Cordillera Negra, da cui si gode un incantevole spaccato sulle più importanti vette della Cordillera Blanca. Il Huascaran, il Huandoy, il Copa, con i loro ghiacci perenni abbacinano la vista e creano uno straordinario contrasto con i caldi colori della Negra. Il giorno dopo facciamo un trekking fino ai 4.545 m. della  Laguna 69. Si tratta di uno specchio d'acqua color cobalto, di formazione glaciale su cui riflettono le vette del Pisco e del Chacraraju. Alle nostre spalle troneggia la Nord del Huascaran, salita in solitaria da Renato Casarotto nel 1977.

Il 25 luglio 2012, allenati ed acclimatati a dovere, iniziamo il trekking che, risalendo la lunga Quebrada Ishinca ci condurrà fino all'omonimo rifugio. La camminata inizia da un bucolico altopiano situato a 3700 m., ove i campesinos coltivano e pascolano i loro armenti. Abbiamo gli zaini leggerissimi in quanto tutto il materiale alpinistico viene trasportato a dorso di 3 muli condotti da un Arriero. Il percorso si sviluppa su un comodo sentiero che si dirama sulla destra orografica dell'ampia vallata. Poco dislivello, ma tanto sviluppo. In 4 ore arriviamo al Rifugio Ishinca a 4.400 m. situato ai piedi delle morene prodromiche alle vette del Tocllaraju, Urus ed Ishinca. Proprio quest'ultima sarà la prima delle nostre mete.

Il 26 luglio, giorno di acclimatazione, lo trascorriamo al rifugio e ci concediamo solo una piacevole passeggiata fino alla Laguna Toclla.

Il 27 luglio, alle ore 3.00 Clara, Gianmario, io ed Amador, affrontiamo l'ascesa alla vetta dell'Ishinca. Gianfranco e Giuliano, come da programma, ci aspetteranno al rifugio. Fuori non fa particolarmente freddo. Anzi, appena il sentiero s'impenna, abbiamo addirittura caldo. Camminiamo in salita nel buio più assoluto tagliato solo dal lucore delle stelle e da quello delle nostre frontali. Alle 5.30 siamo all'attacco del ghiacciaio a 5mila metri. La temperatura, ora, si è abbassata. Calziamo i ramponi, ci leghiamo in cordata e procediamo. Io e Clara, Amador e Gianmario. Queste le cordate. Nel volgere di mezz'ora spegniamo le frontali. Ora s'inizia a vedere qualcosa. Ed è con amarezza che constatiamo che nubi scure ammantano le cime più elevate. Per fortuna la vetta dell'Ishinca è avulsa dalle nebbie. La temperatura si è ulteriormente abbassata. C'è parecchio vento. Fa freddo. La salita ha una pendenza abbastanza costante senza mai essere troppo impegnativa. Prima di affrontare un grande seracco ci fermiamo a bere e a mangiare qualcosa. Superato il salto verticale del seracco, si procede su pendenza più blanda fino a raggiungere l'ultimo strappo di circa 50 m. con una pendenza di 40° che conduce in cima. Alle 8.00 siamo sulla cumbre dell'Ishinca (5.530 m.). Fa freddo. Il vento ci schiaffeggia e il sole è obnubilato da grigie nubi. Foto di rito e poi giù. La discesa avviene per il versante opposto, orientale e, a parte il divallo del filo di cresta che comporta un passo delicato sopra un crepaccio, il percorso è ancora più facile di quello fatto in salita. Alle 9 siamo al termine del ghiacciaio e alle 11.30 al Rifugio.

Il giorno dopo, il 28 luglio, è la volta dell'Urus (5.420 m.) Io, Clara ed Amador, alle 3.20 siamo già in cammino. Il ripido sentiero che risale la faticosa morena, si snoda proprio alle spalle del rifugio. Oggi, come ieri, intorno è tutto buio. Solo Amador sa dove stiamo andando. Oggi, a differenza di ieri, si distinguono, a meridione, le luci di qualche villaggio campesino di fondo valle. Alle 6.00 siamo a 5mila metri. Ramponiamo gli scarponi. Il ghiacciaio è facile. Tanto facile che neppure ci leghiamo in cordata. Addirittura Clara e Amador procedono solo con i bastoncini. Alle 6.30 la luce del giorno porta un po' di visibilità. La salita prosegue senza grosse difficoltà e alle 7.20 siamo in vetta. Prima di noi solo un alpinista brasiliano. Che ci sta attendendo in vetta. Oggi il tempo è molto bello. In cima, accarezzati da gradevoli strali solari, ci godiamo la magnificenza del paesaggio. A Nord l'elegante vetta del Tocllaraju pare strizzarci l'occhio. Chissà, in futuro... Volgendo lo sguardo ad oriente, invece, l'attenzione è catalizzata dall'enorme monolite di roccia e ghiaccio del Ranrapalca. Lì, vicino al colosso c'è anche la vetta di ieri, l'Ishinca, che però, al confronto, pare poco più di una collina. Sotto di noi si spalanca la gibbosa piana glaciale ove ci aspettano i nostri compagni. E' giunto il momento di raggiungerli. Alle 10.30 siamo al rifugio. Dopo aver salutato gli amici, mangiato un boccone e preparato i bagagli, iniziamo il lungo cammino che, in poco più di 3 ore ci riporterà a Pashpa. Il luogo da cui, 3 giorni prima eravamo partiti a caccia di vette. Il nostro Van non è ancora arrivato. Mi prendo una Cusqegna (birra locale) da mezzo litro, mi distendo sopra lo zaino e osservo le vette della quebrada. Le nuvole disegnano atavici arabeschi nel cielo. E' in quel momento che capisco quanto forte sia il motore che muove noi alpinisti. La passione per l'alpinismo. E' esattamente in quell'attimo che capisco che è proprio quella cosa lì, essere felici. O qualcosa di simile.

Dopo essere ritornati a Marcarà, trascorriamo due giorni di relax. Poi, il 31 luglio alle 6.00 partiamo alla volta di Cashapampa. Ci vogliono 2 ore abbondanti di sterrato per arrivare in questo splendido paesino all'imbocco della Quebrada Santa Cruz. Qui, dopo aver ossequiato alle formalità di rito, iniziamo il trekking. Ci facciamo letteralmente fagocitare dalle fauci spalancate della profonda forra. Il sentiero non presenta particolari difficoltà. Solo un po' di polvere da mangiare. In 4 ore arriviamo al primo campo. Llamarcorall 3.790 m. Passiamo la notte in tenda. A nutrirci ci pensa Pedro, il nostro cuoco. Lui e i portatori si riveleranno simpatici e disponibili per tutta la durata del trekking. Il giorno dopo affrontiamo la seconda tappa. Il tempo non è dei migliori, ma non piove. Ci servono 5 ore per arrivare al Campo Base Alpamayo (4.330 m.). Alla sera Pedro, con la supervisione di Gianfranco, ci cucina uno splendido piatto di spaghetti con il sugo italiano. E' un bel modo di festeggiare prima dell'impresa. Domani io, Clara e Gianmario tenteremo la salita al Campo Alto dell'Alpamayo. Ed è già il 2 agosto. Sveglia alle 7.00, colazione e preparazione degli zaini. Alle 8.20 affrontiamo la lunga, faticosa e monotona morena. C'impieghiamo ben 3 ore per arrivare al ghiacciaio. Sosta tecnica per ramponi, imbrachi, piccozze e poi ancora su. Questo ghiacciaio, pur non essendo difficile, non va sottovalutato. C'è una serie di crepacci da superare proprio all'inizio e tratti di salita piuttosto ripidi intorno ai 45°. L'ultimo strappo, prima del colle, è sui 55° e lo facciamo con una picca. Poco prima di affrontare quest'ultimo sbalzo glaciale, faccio per prendere il casco di Gianmario e mi scivola di mano. Il casco rotola giù per qualche centinaio di metri. Bravo Amador ad andare a recuperarlo. Arrivati al colle, la visuale sulla parete Sud dell'Alpamayo appaga di tutta la fatica. 400 metri di parete ghiacciata su cui campeggiano, come le canne di un organo in chiesa, delle superbe rigole glaciali. Questa è stata eletta, nel 1966, la montagna più bella del mondo. Per capirne le ragioni si deve arrivare al suo cospetto. Al campo avanzato a quota 5.400 m. Dal colle, scendiamo per poche decine di metri e arriviamo anche noi al campo. Siamo in un ambiente di straordinaria bellezza. Ovunque si volga lo sguardo, neve, ghiaccio, meringhe, crepacci, rigole e seracchi dominano la scena. A Sud c'è la vetta del Quitaraju, ad Ovest il gruppo del Santa Cruz. A Nord, invece, c'è lui. Sua maestà l'Alpamayo! Prima di barricarci nei nostri sacchi a pelo, il rutilante tramonto tinge la parete di riflessi aranciati. E' uno di quei momenti che la montagna sa regalarti e capisci che porterai per sempre nel cuore.

E' l'una di una tersa notte stellata. E' il 3 agosto. La luna piena spande il suo lucore su tutto il campo. La parete dell'Alpamayo è lì. Immota. Ci attende. E' stata una notte tutt'altro che facile. A 5.400 m il freddo è intenso.  Anche altri alpinisti hanno acceso la frontale e si stanno preparando per la scalata. Indosso sovrapantaloni, imbrago, scarponi, ramponi, fascia scaldaorecchie, guanti, frontale, zaino con tutto il necessario. Anche Amador è già pronto. Pedro, il cusinero, è già all'opera per sciogliere la neve e prepararci una tazza di te caldo. Gianmario è un po' indietro con i preparativi. Bevo il tè e mangio un biscotto. Il caldo della bevanda ha un effetto tonificante. Sono teso. Ma anche impaziente di dare l'assalto. Vada come vada. Il momento della verità e giunto. Vinca il migliore. Gianmario è pronto. Partiamo. Legati a 5 metri di distanza. Amador da una parte, io dall'altra e Giamario in mezzo. La traccia che conduce alla parete è evidente. Inizia con pendenza blanda e mano a mano s'impenna. Sono le 2.00. Siamo i primi. Dietro di noi altre cordate. Fa freddo. Saranno 20 gradi sotto lo zero. In 45 minuti siamo alla crepaccia terminale. La superiamo senza difficoltà passando su un ponte alla sinistra. D'innanzi a noi una paretina ripida da superare. La vinciamo senza problemi. Ci spostiamo a destra con un facile traverso e siamo all'attacco del canale dei Francesi. La nostra via d'accesso per la vetta. Cambio i guanti. I miei sono già fradici. Indosso quelli che mi ha prestato Clara. Dentro ho inserito gli scaldini. Estraiamo la seconda piccozza. Amador si lega all'estremità della corda e risale il canale per 60 metri. E' veloce, il ragazzo. Arriva in sosta e ci recupera. Prima Gianmario e poi io. Questo primo tiro è facile. Neve dura, pendenza sui 65°. Stessa cosa per la seconda lunghezza. Nel frattempo, dietro, è arrivata una cordata. Sono un po' lenti. Per superare la terminale piantano dei picchetti. Noi l'abbiamo vinta in libera. Qualcosa vorrà pur dire… Riprendiamo a salire.  Per uno strano effetto ottico pare che la vetta sia a portata di mano. Sembra che manchino solo uno o due tiri. Ed invece ne mancano ancora 6. E le difficoltà devono ancora iniziare. Appena mi accingo a fare il terzo tiro capisco che la festa è finita. Le condizioni del ghiaccio sono decisamente diverse. Si vede del ghiaccio vivo. La pendenza è aumentata. Per fortuna la via è molto ramponata dalle spedizioni dei giorni precedenti. Questo ci permette di non bruciarci i polpacci. Fa sempre più freddo. Gianmario lo soffre particolarmente alle mani. Io riesco a scaldarmi solo quando arrampico. Ogni volta che mi fermo in sosta i piedi si raffreddano. Alle nostre spalle, una ragazza spagnola grida come una pazza qualcosa al suo compagno di cordata. Verso le 5.45 inizia ad albeggiare. Gianmario ne approfitta per fare qualche foto. Alle 6.15 spegniamo le frontali. Gli ultimi tre tiri sono i più difficili. La pendenza raggiunge gli 80°. Il canale diventa un vero e proprio budello glaciale. Finalmente, alle 8.05 siamo in vetta. Finalmente il sole! Il caldo. L'abbraccio con Gianmario e Amador. Fantastico! La cima è uno spiazzo di pochissimi metri quadri. Mi affaccio sul versante Nord e guardo giù il campo base. Giuliano e Gianfranco sono là che ci aspettano. Foto, bere, mangiare e poi giù. Abbiamo ancora 7 doppie da fare. Ci ributtiamo nel budello in ombra. Riprende a fare freddo. Le altre cordate sono ancora a metà via. Quando le doppiamo, siamo esposti ad un continuo bombardamento di ghiaccio. Continuiamo nella nostra discesa. Per superare la terminale c'è da fare una splendida, emozionante, ultima doppia nel vuoto. Poi, è finita. Il ritorno al Campo Base e, il giorno successivo, alla civiltà, ripercorrendo in discesa i 28 km fino a Cashapampa. (Quasi) Una semplice rutine.

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